Antigone va in Svizzera

Il processo che vede imputato Marco Cappato per istigazione al suicidio nel caso di Dj Fabo è una pagina importante per la storia repubblicana. Per molti motivi.

Dalle parole della pm Tiziana Siciliano che chiede l’assoluzione di Marco con una bellissima dichiarazione che farà discutere giuristi e addetti ai lavori :

«Il nostro compito, quello del pubblico ministero, continua a essere quello di rappresentanza dello Stato. In altri ordinamenti, pur civilissimi, il pubblico ministero è l’avvocato dell’accusa. Non da noi: io mi rifiuto di essere l’avvocato dell’accusa. Io rappresento lo Stato, e lo Stato è anche l’imputato Cappato. (…) Quindi la funzione del pubblico ministero è sollecitare la potestà punitiva dello Stato laddove vi siano gli elementi di fatto e di diritto perché questo avvenga. Laddove questo non venga riscontrato, anche all’esito del dibattimento che è stato svolto, la funzione del pubblico ministero (…) è di sollecitare una formula assolutoria per l’imputato».

Alle coraggiose parole di Marco dopo che il magistrato ha chiesto l’assoluzione :

“Se il senso di questa assoluzione sarà che solo chi ha i mezzi economici e le possibilità potrà accedere alla morte volontaria in Svizzera, signori della corte io vi dico che preferisco essere condannato”.

E oltre a tutto questo, su cui già potremmo parlare per mesi, l’infinita lotta per una giustizia giusta, tra la ragion di stato e i diritti fondamentali della persona, e di quando e come sia giusto obiettare, e della disobbedienza civile.

E di come Antigone si ribella alla legge che le proibisce di dare pietosa sepoltura al fratello Polinice, con queste parole :

Sepolcro io gli darò; bella, se l’opera
avrò compiuta, mi parrà la morte.
E cara giacerò presso a lui caro,
d’un pio misfatto rea

Annunci

Hay il fenicio

Il mare era insidioso e la corrente spingeva verso la falesia la flotta di triremi. Hay pensò di recitare una silenziosa preghiera a Yam, il potente dio che governava il mare e le creature che lo popolavano. Lui era un coltivatore, una specie rara tra i fenici – popolo di commercianti e navigatori- ed aveva assunto come divinità protettrice della sua casa Tammuz, il dio del raccolto. Tuttavia nella situazione in cui si trovava, il dio delle messi poco poteva fare: il forte vento sbatacchiava l’unica vela quadra delle navi e le onde rendevano vane le fatiche degli schiavi ai remi. Hay abbassò gli occhi verso gli schiumanti flutti e implorò Yam di placare la sua ira. Forse che il dio era furente perchè il suo popolo aveva abbandonato le bianche torri di Tiro?

Erano passati mesi, ma Hay ricordava benissimo: lo stridore del bronzo, le urla e il sangue. Le feroci tribù assire di Sennacherib sciamavano nella città attraverso le numerose brecce nelle mura, il vecchio re Luli, astuto e gentile, fatto prigioniero, spogliato, insozzato nell’onore come molte donne e fanciulle e cacciato via dai suoi domini. La distruzione di Tiro non aveva colto di sorpresa Hay. Da giorni sapeva che la città era in grave pericolo. Aveva osservato di nascosto tra i filari di cedri i movimenti dell’ordinata fanteria assira e sapeva che contro quella poderosa orda il fragile esercito fenicio poteva fare poco e niente. Si era dunque preparato al peggio: aveva raccolto le sue poche cose, sprangato la porta della misera stanza nel demo malfamato dove commerciava i prodotti che lui stesso, con sforzo e sudore, riusciva a tirare su dalla terra, ed era fuggito nelle campagne circostanti la città. Da lì aveva assistito al massacro.

Mentre rifletteva su come salvare la pelle qualcosa lo sfiorò sulla spalla -Pietà di me o grande Baal! – urlò preparandosi a ricevere il colpo mortale della daga. Ma alle sue spalle non c’era nessun guerriero assiro ma un bambina lacera e sporca di circa dodici anni. La piccola non sembrava per nulla intimorita, anzi lo toccò nuovamente e gli tirò i folti capelli bruni ridacchiando tutta contenta.
– Chi sei, per Baal? Per poco non mi hai fatto prendere un colpo, maledetta ragazzina! Che fai qui da sola, dove sono i tuoi parenti? Non lo sai che potresti essere sodomizzata ed uccisa dai feroci assiri?
Hay non si preoccupò del suo linguaggio verso la bambina: sapeva che alla sua età era già stata visitata da Astarte, la dea lunare della fertilità, e sicuramente era già promessa in sposa. Questa considerazione lo spinse ad osservarla meglio e ciò che vide gli piacque: lineamenti nilotici, lunghi capelli color dell’ebano e un buffo nasetto camuso che rendeva sbarazzino il viso.
– Mi chiamo Bakatha, contadino, abito poco lontano da qui in un uliveto che sfamava la mia famiglia producendo verdi olive che vendiamo nei mercati di Tiro e Byblos. Mio padre fu ucciso in una rissa a Sidone per uno sguardo di troppo alla giovane moglie del legato di Corinto, alla quale stava porgendo una piccola giara del nostro prezioso olio.
– Potrei essere un malintenzionato, stupida femmina, perchè mi racconti tutto questo? Non mi conosci neanche.
– Si, ti conosco, contadino. Non ho paura di te. Vedi, tu sei come me: hai i vestiti sporchi della terra nera che ci sfama entrambi, puzzi anche tu della merda con cui concimi il raccolto, ma soprattutto hai paura anche tu, come me. Vieni a casa mia: ti sfamerò e potremo parlare.

Hay la guardò un po’ stranito e facendo una smorfia la seguì: era affamato e non aveva altri posti dove andare. Durante il breve tragitto la ragazza non smise un attimo di parlare e fargli domande e quando infine giunsero all’uliveto finalmente gli chiese come si chiamasse. La baracca era in paglia e mattoni cotti, dignitosa ed essenziale. Bakatha mise sul grezzo tavolo di cedro del pane di frumento, un piccolo pezzo di bottarga di muggine e delle olive in salamoia. Poi consegnò cerimoniosamente ad Hay una piccolissima anforetta ornata con iscrizioni ancestrali, colma di purissimo olio d’oliva. Hay versò l’olio sopra la bottarga, lacrime color dell’oro vecchio caddero a insaporire il pesce. E come per simpatia verso quel pianto dorato, il contadino cominciò a piangere silenziosamente.
– Perchè piangi? Gli domandò Bakatha sedendosi di fronte a lui.
– Non so. Piango perchè tutto è finito, la nostra patria, la nostra terra è perduta, schiacciata sotto i perfidi assiri. La schiavitù è il nostro destino.
“Sbagli, amico mio. Come quest’olio si spande sul tuo cibo, così il popolo fenicio dovrà disperdersi ai quattro angoli del mondo. Andremo via da Tiro con una flotta che è già in rada. Porteremo in terre sconosciute e bellissime le nostre usanze, le nostre tradizioni e i nostri dei. Vieni con me, ti farò vedere qualcosa”.
Come in un sogno, Hay si fece condurre dalla fanciulla tra i secolari ulivi del podere. Il silenzio era assoluto e la brezza sfiorava le fronde nodose facendole vibrare con un suono allo stesso tempo rilassante e sensuale. Ai piedi di uno di quegli ulivi giganteschi, in un anfratto del tronco maestro della pianta, era riposto, quasi celato, un piccolo alberello alto non più di un cubito ma già forte nel tronco. L’ulivo era dentro un sacco colmo di terra, come fosse stato trapiantato da poco. Bakatha fece sedere Hay sul tronco del grande ulivo e disse: – “Questa pianta, Hay di Tiro, è la più bella e nobile dell’universo ed è essa stessa una divinità, è la figlia prediletta del sommo El: il suo nome è Pace ed io sono una sua sacerdotessa. Adesso corre un grave pericolo e deve essere salvata e portata al sicuro, dove nessuno ancora la conosce. Il saggio re Luli, prima che i porci assiri lo catturassero, allestì una piccola flotta di triremi proprio a questo scopo: salvare la sacra pianta di El e farla crescere forte e vigorosa al sicuro”.
Hay era completamente frastornato. “E tu saresti una sacerdotessa? Ma ti sei vista? Sei sporca, vestita di stracci e vivi in una stamberga di campagna. Ed io? Perchè proprio io dovrei seguirti in questa follia? Perchè hai scelto me?”
“Te l’ho detto prima, Hay, tu sei come me. Sei un uomo semplice. E la Pace ama i semplici”.

Passarono tutto il pomeriggio sotto l’ombra del maestoso albero a conoscersi e parlare. Hay pensò che la fanciulla oltre ad essere molto bella, aveva anche un’intraprendenza e una determinazione davvero fuori dal comune. Organizzarono la fuga da Tiro nei minimi dettagli: si sarebbero mossi con l’oscurità e avrebbero raggiunto la costa in un punto a distanza di sicurezza dai bastioni della città ancora in fiamme, per raggiungere una piccola e discreta rada naturale dove la flotta li aspettava. Tutto andò bene, marciarono in religioso silenzio ed Hay teneva sulle spalle il giovane ulivo senza sforzo. Giunti alla rada, videro quattro triremi da battaglia e due mercantili che, alla luce delle fiaccole, si riempivano ordinatamente di compatrioti. Salivano a bordo sacerdoti, notabili e ricchi mercanti ma anche scribi, pescatori, fornai, allevatori. Ognuno portava con sé la sapienza del suo mestiere. Così anche Bakatha e Hay salparono insieme a quell’arca di disperazione in un viaggio verso l’ignoto.

“E così dopotutto”, pensò Hay, “sono senza patria, in mezzo ai flutti e in procinto di schiantarmi sulle rocce di Kyfr ma sono vivo. Il sacro albero ha sofferto il mare in questi lunghi mesi, la salsedine lo ha corroso ma è ancora vivo, Bakatha si è privata persino di parte della sua povera razione d’acqua per dividerla con lui. Non devo crepare adesso, non proprio adesso che ho questa terra meravigliosa di fronte, il nostro nuovo eden. E’ così vicina che potrei quasi toccarla spingendo il braccio oltre la sponda della nave, bella e terribile, deve essere nostra”.
Mentre il fenicio pensava confusamente Bakatha lanciò un urlo, Hay si voltò verso poppa e vide una delle triremi schiantarsi ruvidamente sulla scogliera appuntita: morirono tutti e di lì a poco le due navi da trasporto subirono lo stesso destino. I due giovani si guardarono sgomenti con la consapevolezza di non potere far nulla per quei disperati e con la paura di ricevere la stessa sorte. E proprio mentre la poderosa mole della punta di Kyfr incombeva su di loro, Bakatha corse verso la sua bisaccia da viaggio, vi frugò furiosamente ed estrasse la stessa anforetta incisa di quel pasto che ad Hay sembrava lontano ormai secoli. Corse alla murata di babordo, recitò sottovoce quella che ad Hay sembrò essere una supplica e verso il lucente e denso contenuto nel mare. Al contatto con l’olio il mare si placò immediatamente ed il vento cessò. Un boato di felicità salì dagli scranni dei rematori e il comandante della trireme ordinò di alzare l’unica vela quadra lacera.

Doppiarono con fatica il promontorio di Kyfr e ai loro occhi apparve una visione paradisiaca: un grande golfo naturale faceva da corona ad una pianura verdissima circondata da materni e protettivi monti, la luce era accecante e man mano che si avvicinavano erano sempre più consapevoli di aver trovato quello che cercavano: una nuova casa, un nuovo posto dove far fiorire la loro civiltà in pace.
Notarono che l’immensa conca verde e lussureggiante era accarezzata da due limpidissimi fiumi gemelli che scorrevano paralleli e sfociavano allegri nel mare color zaffiro. Hay e Bakatha quasi inconsapevolmente si avvicinarono e stringendosi in un abbraccio, finalmente e quasi dolorosamente si baciarono. Fu un bacio lento e pieno di emozioni e quando si staccarono, Bakatha gli sussurrò: “finalmente eccoci arrivati. Questa terra meravigliosa sarà per sempre conosciuta come la casa della Pace. Qui l’ulivo attecchirà e si moltiplicherà, nutrirà le genti che vivranno sotto la sua ombra. Qui la gente sarà semplice, genuina e amante della pace”.
Hay era commosso e felice: aveva una nuova vita davanti a sé, una nuova patria e forse un nuovo amore. La guardò e disse: “Dovremo dare un nome a questa pianura dove fonderemo la nostra nuova città. E’ a forma di conca, cinta dalle montagne. Guarda Bakhata com’è rigogliosa, quante piante e quanti animali che si abbeverano ai due fiumi gemelli. E’ bellissima come un fiore profumato. Un fiore, ecco. La chiameremo Zyz”.

O Palermo. Come la chiamiamo ai giorni nostri.

HO FATTO UN SOGNO

COSEDENTROEFUORI

Falcone e BorsellinoP – Non te lo dico neanche il sogno che ho fatto stanotte
G – Tu sei pericoloso in fatto di sogni. Amuni’, stai morendo dalla voglia di dirmelo
P – L’altra sera, dopo che abbiamo festeggiato il tuo 75° compleanno, sono andato a dormire allegro e al contempo anche un po’ malinconico. Ed ho fatto questo sogno. Sarà stato per la cena divina che avete preparato tu e Francesca. A proposito, da quando hai imparato a cucinare?
G – Da quando abbiamo arrestato l’ultimo grande latitante, in quel casale in campagna a Castelvetrano. Era il momento di smettere con quella vita. Che lo sai meglio di me, che vita di merda che era, Paolo. Ma preso lui, io e te potevamo andarcene in pensione. Abbiamo vinto. Abbiamo vinto, Paolo! Ti ricordi quando mi dicevi che ero una testa di minchia perché pensavo di battere la mafia con la legge?…

View original post 2.222 altre parole

Promemoria

Flag of European Union

Il Parlamento europeo si compone di 751 seggi.
L’Italia elegge complessivamente 73 deputati al Parlamento europeo. Circa il 10% di tutti i deputati. 
18 di questi sono accreditati al M5S.
I gruppi parlamentari europei sono composti da 4-5 grandi famiglie: popolari, socialisti, liberaldemocratici, verdi e sinistra.
Poi c’è un gruppo misto di nazionalisti, euroscettici e non allineati.
Il M5S non aderirà a nessuna di queste famiglie, relegandosi in un angolino nel gruppo misto.
Paradossalmente la lista di Tsipras che in Italia rischia di non avere nessun deputato, conterà almeno 3 volte in più del M5S, essendo una forza europea.
Morale: riflettete quando vi sentite dire #vinciamonoi #stracceremoitrattati#spezzeremolereniallamerkel
Il M5S avrà un ruolo di mera testimonianza in Europa.

Ci sono vite che capitano e vite da capitano

Inter Milan's Zanetti celebrates their victory against Bayern Munich after their Champions League final soccer match in Madrid

5 Giugno 1995: l’Unione Europea passa da 12 a 15 stati membri, in Italia Lamberto Dini viene incaricato dal presidente Oscar Luigi Scalfaro di formare un governo tecnico mentre Alleanza Nazionale è appena nata dalle ceneri del MSI. Da li a poco la Microsoft presenterà al pubblico il rivoluzionario sistema operativo Windows 95, mentre nasce eBay e pure l’Ulivo di Prodi e Veltroni. Forrest Gump vinceva il premio Oscar battendo Pulp Fiction e Le ali della Libertà mentre la Sony presenta la sconosciuta consolle di videogiochi Playstation.

Intanto, inosservato, il 5 Giugno del 1995 un ragazzino di 21 anni scende la scaletta di un aereo all’aeroporto di Linate.

Spaesato, forse sente ancora le parole di Daniel Passarella che qualche giorno prima gli disse “Javier, giocherai a San Siro. Ti ha preso l’Inter”.

Mio Dio, l’Inter, San Siro. La squadra contro cui giocava Diego Maradona. Ce la farai Javier? Ne sarai all’altezza? Resta umile: ricordati di quando aiutavi tuo padre muratore o consegnavi il latte, o la posta. Ricordati di quando a 14 anni pesavi 35 chili. Cosa sono 35 chili di fronte allo stadio Meazza? Certo ora non sei più così gracile, il lavoro e il sacrificio ti hanno irrobustito il corpo e lo spirito. Non per niente Victor Hugo Morales, il telecronista del gol del secolo di Maradona contro l’Inghilterra, ti ha soprannominato el tractor: le tue corse avanti e indietro sul quella fascia, instancabile, perpetuo, continuo, inarrestabile come un  trattore hanno convinto il neo presidente nerazzurro Moratti a portarti in Italia. La tua umiltà, il tuo essere ragazzino già uomo hanno convinto il leggendario Giacinto Facchetti a prenderti sotto la sua ala protettiva, a farti crescere e a farti capire cosa sia l’Inter.

L’hai capito benissimo: “L’Inter è sempre sola nel senso di solitaria, staccata da tutto il resto, al confine; è sola nel senso di unica, nel modo di pensare, di agire e di rapportarsi con il mondo. Non mi stancherò mai di ripeterlo, a costo di sembrare banale: l’Inter è una creatura diversa rispetto a tutte le altre squadre. Nel nostro DNA c’è una piccola dose, o forse qualcosa di più, di sana, lucida follia; l’Inter è genio e sregolatezza, l’Inter è sofferenza, l’Inter è dolore, l’Inter è estasi. Dall’Inter ci si può aspettare tutto e il contrario di tutto. Vittorie impossibili e tonfi clamorosi, partite della vita e passaggi a vuoto inimmaginabili. È così, storicamente.”

E io che nel 1995 mi sbattevo tra versioni di latino e greco, imparavo a portare il motorino e a contrattare con la mamma gli orari di rientro dalle uscite con gli amici sono cresciuto con te. Si, perchè abbiamo condiviso assieme 19 anni di vita. Le sofferenze, le arrabbiature, le gioie e le ingiustizie tipiche di questo sport e della vita. Abbiamo fatto dell’onestà la nostra bandiera, della passione la nostra religione. Siamo cresciuti assieme Javier.

19 anni dopo hai annodato una all’altra quelle delusioni e ne hai fatto una corda solidissima con cui ti sei arrampicato fino alla gloria. Piano piano, instancabile, avanti e indietro come un trattore. Sei  una figurina che ogni padre metterebbe in mano al proprio figlio come un santino, a prescindere dal campanile del tifo: gioca come lui, comportati come lui.

Sappi che al mio, di figlio, racconterò la tua storia.

 

 

Mangiava e faceva mangiare

Di certo è un’espressione che almeno una volta nella vita abbiamo sentito dire tutti: “Almeno Tizio mangiava e faceva mangiare”. Ed è proprio questo comune sentire che dovrebbe far riflettere: si giustifica il potente del passato più o meno prossimo per lamentarsi delle attuali condizioni economiche e sociali o dello stato in cui sono ridotte le Istituzioni.

“Ti ricordi quando c’era Craxi? Si stava bene allora, la lira girava, almeno lui mangiava e faceva mangiare, adesso sono tutti dei banditi”. “Che erano belli i tempi di Cuffaro, con lui ci potevi parlare, era uno che mangiava ma almeno faceva mangiare”. “La Democrazia Cristiana ha rovinato l’Italia ma almeno loro mangiavano e facevano mangiare”… e via continuando fino a giungere all’apologia del prepotente, del boss mafioso, colui che “vabbè macari era tintu, ma u pani ai picciotti un lu faceva mai mancari”.

A ben pensarci siamo cresciuti con questa sottocultura invisibile, impalpabile eppure ben presente e viva attorno a noi e in noi stessi. E’ una forma mentis che abdica all’individualismo, al rischio d’impresa, al farcela con le proprie forze, al riuscire nei nostri progetti di vita perchè siamo legati  come tanti clientes al seguito del Publio Clodio di turno. Che poi sia un delinquente, un pappone, un’analfabeta, differenza non fa: “era uno con i suoi difetti” ma diffondeva quel benessere che in realtà non ci si rende conto essere una polpetta avvelenata.

Già perchè a furia di mangiare, a furia di ingozzarsi loro potenti, burocrati e criminali, a furia di ricevere briciole di benessere effimero, è fatalmente arrivato il momento di saldare il conto: 60 anni di mangiare e far mangiare hanno provocato solo debiti che paghiamo a caro prezzo, stipendi e pensioni misere, tassazione alle stelle ed una classe politica tra le peggiori del mondo. Hanno provocato accondiscendenza e cultura paramafiosa od omertosa, giustificazionismo e lassismo, indolenza e sciatteria.

Non rivangate più quei tempi, mangiate voi e non fate mangiare gli altri.

Paradossalmente mangeremmo tutti.

#M5S,#TzeTze e #CasaleggioAssociati: Il #ConflittodiInteressi 2.0

ilmerdone quotidiano

Era mia volontà oggi analizzare lo stile di comunicazione di “Tze Tze”, “palinsesto dinamico” che pubblica “Le notizie scelte dalla Rete”cit.ma ovviamente, come spesso accade, il discorso si è fatto più complesso.

Ho cercato di documentare il più possibile per renderlo più chiaro.

Iniziamo con le notizie lanciate dal sito nelle ultime ore e negli ultimi giorni.

RACCOLTA N°1 che intitolerò: “Come lucrare sulle sciagure altrui”

Viene lanciata la terribile notizia senza specificare di chi si tratti o la condizione di salute spingendo quindi l’utente a cliccare per accedere al sito, il tutto facendo leva sull’emotività del lettore.

Vediamo le notizie:

– La notizia dell’immagine n°1, accompagnata dalla foto del Parlamento Italiano (così da creare l’idea che si tratti di un nostro Parlamentare) è che “Il presidente ucraino deposto Viktor Yanukovich sarebbe ricoverato in ospedale in gravi condizioni”cit.

– La notizia dell’immagine n°2 , accompagnata dalla foto di Grillo, è che…

View original post 1.398 altre parole

Economia Culturale

Moody's
Moody’s

La Corte dei Conti chiede un maxirisarcimento di 234 miliardi di euro alle agenzie di rating Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch perchè avrebbero ripetutamente abbassato il rating dell’Italia, non calcolando l’immenso patrimonio artistico e culturale, materiale ed immateriale, del nostro paese che è poi il pilastro principale della nostra economia. Giuridicamente parlando la citazione può avere poca forza o essere addirittura inammissibile, ma a me la questione appare invece seria: non considerare il patrimonio artistico e culturale di una nazione nei metri di giudizio economico-finanziari è profondamente sbagliato.

Con il nostro patrimonio artistico creiamo economia reale: perchè non tenerne conto?