Ogni uomo è un isolotto

Da ragazzo andavo spesso a Cala Rossa anche da solo. Bicicletta, maschera, coltellino e tovaglia e via! Subito in acqua per raggiungere l’isolotto con poche bracciate. A volte non c’era nessuno e mi sedevo in splendida solitudine. Solo io e la natura! Se il mare lo consentiva facevo il giro dell’isolotto sfruttando il marciapiede a vermeti che lo circonda per buona parte. Proprio a metà strada, dal lato opposto alla costa , c’è una piccola rientranza in cui il marciapiede sprofonda in un buco largo un metro e profondo forse altrettanto o di più. Mettevo la maschera e guardavo un vero e proprio ecosistema dentro al buco, un acquario naturale. C’era di tutto : granchi, ricci (sempre a cala rossa ho trovato il mio primo riccio regina, enorme, colorato, bellissimo ), oglio a mare, pomodori di mare, anemoni, piccoli pesciolini caduti dentro con un’ondata più forte delle altre. Il paradiso della biodiversità, a un passo da casa e gratis! Poi a un certo punto il marciapiede si interrompe e devi risalire verso la sommità dell’isolotto se non te la vuoi fare tutta a nuoto. Io salivo e mi fermavo in alto a osservare. Avevi il tempo di pensare, non arrivavano rumori lì, solo quello di fondo, rassicurante e ipnotico, del mare.
Poi un tuffo, due ricci aperti e mangiati all’istante e via verso la riva.
Lo facevo spesso, mi sembrava normale. Solo adesso capisco quanto fosse straordinario.

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Wasp Noir

Dormivano tranquillamente, ignare che la morte si avvicinava in silenzio. La sera era tranquilla, la loro nuova casa accogliente e spaziosa. Sembrava che finalmente avessero trovato il luogo ideale per vivere felici, dopo tanto girovagare.
Gli assassini non la pensavano alla stessa maniera.
Penetrarono al buio e nel silenzio più assoluto, consapevoli che il minimo errore avrebbe compromesso irrimediabilmente la missione, che comunque poteva avere grossi rischi. Anche la morte.
Il piano era stato preparato nei minimi dettagli. L’attrezzatura e le armi erano pronte e testate. I killer sapevano che il piano aveva dei punti deboli, ma ormai era tardi e dovevano agire. Avevano scelto con cura l’ora dell’attacco, col buio, quando le loro vittime erano addormentate, stanche della lunga giornata appena trascorsa.
Piazzarono la scala per raggiungere la finestra posta tre metri più in alto. Uno dei due, l’uomo, salì con cautela. La donna rimase giù a far da palo e a controllare che tutto filasse liscio. La donna preparò una via di fuga, in caso qualcosa andasse storto.
L’uomo si avvicinò cautamente alla prima vittima ed estrasse l’arma: un potente veleno che avrebbe stordito nel sonno la preda, così da finirla poi rapidamente. Spruzzò. La prima preda cadde dal giaciglio e crollò giù. Paralizzata dal veleno che gli irritava tutte le parti del corpo, vide impotente e con orrore avvicinarsi l’assassino, che, rapido come un fulmine, colpì una, due, tre volte. Il killer trascinò via il cadavere e lo scaraventò dal terzo piano.
Intanto la donna individuò la seconda vittima con la torcia laser e fece cenno all’uomo che ripetè il suo macabro rituale di morte. Tuttavia lo spruzzo del veleno fece barcollare la seconda vittima ma non la stordì.
Cadde giù dal giaciglio e provò a scappare con tutte le sue forze, vide l’altro giaciglio vuoto e comprese subito che la sua compagna era stata assassinata. Fu il suo ultimo pensiero coerente.
L’assassino fu subito alle sue spalle e caló di nuovo il bastone.
Furono necessari più colpi.
E infine la morte li unì.

Vi abbiamo raccontato la storia della morte di due vespe giganti annidate in un angolo del terrazzino di casa nostra, con DDT e una scopa vecchia.

Tema

Un cassetto pieno di carte, una carpetta. Dentro, tanti fogli protocollo a righe e un odore antico di carta lasciata al buio e all’asciutto per tanti anni. Sono le brutte copie dei miei temi del liceo, che avevo conservato e dimenticato, e che oggi mi hanno offerto un piccolo viaggio nel passato. Nel leggerli, riflettevo su una considerazione: oggi i temi si fanno ancora? Come ha influito la tecnologia sullo svolgimento dei temi? I temi di oggi si possono fare su Wikipedia o necessitano di uno studio e di un ragionamento mentale che esula dal semplice copia e incolla?

Un esempio lo si può trovare in questo tema sul Romanticismo che dovrei aver fatto a 17 anni e che ricopio qui di seguito perchè mi piace molto.

L’enunciato di un critico letterario, la richiesta iniziale di sostenerne le tesi, la seconda richiesta di ribaltarne completamente gli assunti, confutandolo. Un tema da pazzi in cui si deve dire tutto e poi il contrario di tutto facendo apparire giuste entrambe le tesi. Ecco, oggi gli insegnanti lasciano più temi del genere, e gli studenti sanno farli?

Buona lettura

 

Quando le guerre antinapoleoniche terminarono con l’avvento della Restaurazione, il Romanticismo divenne l’ideologia dominante di un’epoca di tenebroso oscurantismo. La magica notte illuminata dalla luna della Restaurazione dell’assolutismo feudale fu l’epoca dell’oscurità più profonda.

(G. Lukacs)

Si discuta il sopra riportato giudizio attraverso opportuni riferimenti agli autori e alle tematiche trattate e si tenti nel contempo di confutarlo producendo argomentazioni nettamente antitetiche.

 


 

Il periodo storico in cui si formò l’ideologia romantica fu un momento ricco di tensioni, di avvenimenti, di passioni, Insomma si presenta con molteplici sfaccettature. Così come il suo periodo storico, l’ideologia romantica ci appare molto diversa nei suoi contenuti interni, nelle sue passioni, nel suo modo di vedere la vita. E questa diversità la si può cogliere individuando i paesi nei quali si sviluppò il Romanticismo: praticamente in tutta l’Europa. E’ ovvio dunque che non potremo parlare di un Romanticismo, ma di tanti Romanticismi che assunsero connotazioni diverse a seconda della nazione nella quale svilupparono i punti cardine del loro pensiero.

Effettivamente, come afferma il Lukacs, con la Restaurazione si aprì per l’Europa un periodo di triste oscurantismo, in quanto con il ritorno all’ancien règime e con il legittimismo dinastico (ovvero il ritorno delle dinastie che tenevano sotto scacco l’Europa dei popoli) si ritornò allo status quo in cui si trovava il vecchio continente prima della Rivoluzione francese, rigettando con essa la teoria dei lumi e in generale la possibilità sostenuta da Kant di pensare con la propria testa, ritornando così in un epoca di profonda repressione delle idee liberali che portarono ai moti del 20-21. Fu inoltre un ritorno in un mondo in cui, con la strumentalizzazione di alcune idee del cristianesimo, vi fu il rafforzamento del potere papale, del potere temporale del papa che imponeva una oppressiva visione teocratica del mondo e della vita.

Ed è soprattutto in Germania che si sviluppò questa concezione, con il movimento preromantico dello Sturm und Drang (Tempesta e Furore) che, con uno slancio di violente passioni, di attacchi furiosi, di uomini che, come ci dice in una famosa citazione il De Ruggiero, sono agitati da fermenti interiori violentissimi, vogliono travolgere tutto o essere travolti dal tutto, determinati, violenti in amore, ha caratterizzato il periodo preromantico tedesco. Anche con lo Sturm und Drang abbiamo delle componenti che ci riportano ad un assolutismo feudale: la ballata Lenore del Burger, per esempio, ci trasporta in quel mondo nordico, feudale, oscuro, descritto nell’opera. I maggiori sturmer furono Goethe, Schiller e Ludwig Van Beethoven che trasportò anche nella musica le passioni violente dell’uomo romantico.

In generale dunque si ritornò al barbaro ed arretrato Medioevo, tralasciando le componenti razionali e sensistiche dell’Illuminismo a favore di un mondo economicamente malandato, senza un mercato e senza una disposizione mentale al rischio, al capitale e al consumo, che praticamente non esistevano.

Un mondo in cui l’uomo era soggiogato ed atterrito dal senso del peccato e della dannazione divina, in quanto il θεός sovrastava l’ἄνθρωπος impedendogli di agire verso una ricerca mentale di nuove concezioni e di nuovi stimoli. Insomma col pensiero degli ideologi della Restaurazione (Burke, Chateaubriand, De Maistre), nonchè con la visione di J. Herder del volk e della fiaba (importante perchè poesia popolare); con la durissima repressione della Santa Alleanza tra Austria, Russia, Prussia, Inghilterra, che menomavano le tendenze libertarie e popolari del tempo, possiamo intendere il Romanticismo come ideologia dominante di un periodo storico tenebroso, oscuro, chiuso.

D’altronde, avendo il Romanticismo molteplici sfaccettature, questo è solo uno dei tanti aspetti dell’ideologia romantica, un aspetto che convalida la citazione del Lukacs in quanto ne mette in luce le componenti tenebrose e torbide che sfociarono poi nei Reden di Fichte, vero precursore della follia razzista del nazismo. Infatti egli predicava l’incontrastata superiorità della lingua tedesca sulle altre di “schiatta germanica”, sin dai primordi, ed era una superiorità che da linguistica divenne ben presto razziale nei vagheggiamenti di Adolf Hitler sulla purezza ariana.

Sarebbe troppo poco però delimitare il Romanticismo con questa visione che, a mio parere, è troppo pessimistica e che può essere confutata proponendo argomentazioni antitetiche valide come quelle esposte nello svolgimento della tesi di Lukacs.

Infatti, il Romanticismo si può interpretare anche come l’ideologia che supera l’arido e freddo meccanicismo illuministico, portatore di concetti che limitano l’uomo in un monotono ciclo di nascita, trasformazione e morte, sempre identico a se stesso: il Romanticismo supera questa visione, che non ammette componenti metafisiche e trascendenti, attraverso la filosofia dell’Idealismo, che sostanzialmente affermava che l’unica realtà è lo Spirito che, pensandosi ed esplicandosi, crea le forme finite (le cose in sè, l’uomo) in un cammino evolutivo attraverso un processo dialettico basato sulla contrapposizione di una tesi e di una antitesi che danno origine a una sintesi. Questo cammino avrà termine solo quando, come dice il Novalis, miracolo del miracolo, egli vedrà se stesso. Quindi l’Idealismo e il Romanticismo superano il fisico per arrivare al metafisico, fuggendo il reale come Hölderlin, il quale vagheggiava il mondo greco come luogo ideale e che pregava gli dei di quel mondo di tornare sulla Terra, ma in Germania, in quanto depositaria della cultura greca.

Questa fuga dal reale fa comprendere la rivalutazione del Medioevo, visto come un parziale rispecchiamento dello Spirito in quel cammino evolutivo che attraversa tutte le epoche.

Oltre che in Germania, il Romanticismo si diffuse anche negli altri paesi europei, dove acquisì connotazioni diverse: in Inghilterra si avevano i miti dell’eroe nordico, esposti dal Macpherson, e le componenti e i toni sepolcrali di una letteratura il cui massimo esponente fu il Gray; in Italia, che dopo la Restaurazione fu definita dal Metternich come semplice espressione geografica, si sentiva il bisogno di liberarsi da quella situazione, e così l’intellettuale diventò militante, generoso, disposto a morire per la propria patria e per la propria nazione, vista come individualità storica, una nazione sacra, che era la terra degli antenati, luogo delle tradizioni indissolubili di un popolo: la massima espressione di questi ideali si ha con la poetica di Ugo Foscolo.

Quindi, in fin dei conti, era un Romanticismo che odiava i dispotismi della Santa Alleanza, che dava molta importanza alla fantasia, componente che mai sino ad allora era stata considerata; era un Romanticismo che, in opposizione alla solarità illuministica, rivalutava la magica notte e la luna, non più viste miopemente come forze del male; era un Romanticismo in cui il poeta diventava vate, come lo definì Victor Hugo, ovvero il poeta che aveva la sacra missione di annunziare ai popoli gli ideali in comune di nazione; inoltre, come disse il Berchet, anche il poeta-mago: ovvero il pensiero che nella parola e nella poesia vi fossero gesti magici nascosti, ed il poeta era il mago che ne deteneva i mistici poteri: da questa corrente si sviluppò la figura del veggente di Arthur Rimbaud.

Infine, non penso sia l’ideologia dell’oscurantismo, ma una ideologia i cui rappresentanti consideravano come la rivincita della fantasia sulla fredda ragione, e volevano far uscire l’Europa dalla situazione di crisi che la Restaurazione aveva prodotto, facendo scaturire in ogni singolo uomo gli ideali, fino ad allora soppressi, di nazione, del piacere e del dovere, dell’appartenenza ad una comunità che difenda i valori della propria patria, simbolo sacro dell’unità dei popoli.

12 Secondi

Stai volando a 150 all’ora.
Hai circa 12 secondi,
gli ultimi della tua vita.
Forse il tempo si dilata,
tra il piano 400 e il ground zero.
E magari puoi pensare.
C’è tempo per pensare.
Che li hai sempre amati. 11
Che loro non sapranno. 10
Che la vita è una puttana. 9
Che in fondo hai vissuto. 8
Che in fondo avresti vissuto. 7
Che Dio se c’è non è qui. 6
Che tua madre già ti aspetta. 5
Che tua moglie già ti cerca. 4
Che tuo figlio già ti manca. 3
Che sei già puro pensiero. 2
Che sei già energia. 1
Che sei già vita.

(foto di R. Drew, the falling man. 11|09|2001)

Salvini e il piano B.

Premessa metodologica: questo mio personale e naturalmente opinabile tentativo di analisi della situazione politica si basa su fatti che sono facilmente riscontrabili da fonti terze. Le dichiarazioni dei politici, la cronologia, i profili dei protagonisti sono FATTI acclarati e non necessitano di dibattito. Le mie sensazioni su cosa sia successo e cosa accadrà naturalmente sì.

 

RIEPILOGHIAMO.
Marzo: Il 4 si vota. M5S prende il 32%, il centrodestra in coalizione il 37%, il centrosinistra il 22%. Con la legge elettorale in vigore (ma anche con quella proposta da M5S, una specie di proporzionale alla tedesca) per formare una maggioranza occorre cercare alleati in Parlamento. Quindi nessun vincitore chiaro. Il 23 Marzo si apre la legislatura. Il primo passo è eleggere i presidenti di Camera e Senato. Ce la fanno, dopo intese tra CDX e M5S, Fico e Casellati.

Aprile: Adesso tocca al Governo. Il Capo dello Stato, dopo 2 giri di consultazioni senza esito, chiede a Casellati di verificare se è possibile un’intesa tra M5S e CDX: tentativo fallito. La stessa cosa succede a fine mese con Fico che deve verificare una possibile maggioranza PD-M5S. Questi tentativi dimostrano come Mattarella abbia provato in tutti i modi a far pervenire a un’intesa i partiti in base alle varie maggioranze possibili.

Maggio: Il tentativo Lega-M5S. Dato che i partiti non si vogliono mettere d’accordo il Presidente Mattarella propone un governo “neutrale” per fare fronte alle importanti scadenze di bilancio: senza un governo in carica ad esempio, l’IVA passerebbe dal 22% al 25%. Tuttavia il 9 maggio Salvini e Di Maio chiedono al Presidente altro tempo per verificare un accordo M5S-Lega. Il presidente lo concede. Dal 9 al 18 maggio i due leader stilano il famoso “contratto”. Nel frattempo il 12 maggio Berlusconi viene “riabilitato” dal Tribunale di sorveglianza di Milano: cadono gli effetti della legge Severino e il Cavaliere torna candidabile. Il 21 M5S e Lega individuano un profilo esterno, un tecnico non candidato e misconosciuto, Giuseppe Conte, come possibile presidente del Consiglio.
Conte viene incaricato da Mattarella il 23, inizia un giro di mini consultazioni per stilare la lista dei ministri. Tuttavia già da qualche giorno i nomi filtrano: si parla di Salvini agli Interni, Di Maio al MISE, e di un economista, esterno ai partiti, un tecnico di lungo corso, non candidato: Paolo Savona al MEF. Mattarella chiede ai leader dei due partiti di proporre un nome alternativo (vedremo poi perchè), loro rifiutano e si impuntano (specialmente Salvini) su Savona. Il resto è storia di oggi: Conte sale al Quirinale e rimette l’incarico: l’affaire Savona è stato il grimaldello per far saltare tutto. Mattarella spiega le sue ragioni e convoca per oggi Carlo Cottarelli, già commissario alle spendig review. Il M5S esplode: chiede la messa in stato d’accusa per il Capo dello Stato, assieme a una ininfluente Giorgia Meloni. Stranamente Salvini, seppur “molto arrabbiato” non li segue su questo terreno.

MATTARELLA.
Sergio Mattarella è avvocato, è stato docente universitario di diritto costituzionale ed è stato autorevole membro della Corte Costituzionale, il massimo organismo decisionale in merito alla costituzionalità, appunto, di certe scelte.
Contestare Mattarella sulla Costituzione è come contestare Gualtiero Marchesi sulla cottura degli spaghetti o Cristiano Ronaldo in una partita di calcio. Mattarella conosce la Costituzione e gli ambiti entro i quali il presidente della Repubblica può muoversi. Dato che noi, io per primo, ma anche molti di voi, non siamo al livello della sua esperienza in materia non possiamo permetterci di sentenziare alcunchè.
Se ha fatto quel che ha fatto, è innanzitutto perchè lo poteva fare.
Il presidente, come abbiamo visto sopra, ha concesso tutto il tempo e tutte le condizioni per la formazione di un governo: ha ricercato diverse maggioranze e ha accordato alla fine un lungo periodo di tempo a Lega e M5S per formarne una. Ha accettato tutti i nomi proposti senza battere ciglio, a partire da Conte, ma ha effettuato la moral suasion sul nome del Ministro dell’Economia, sul quale non era d’accordo (vedremo perchè). Diciamo dunque che al 99% il “Governo del Cambiamento” aveva l’avallo del Capo dello Stato.

SAVONA.
Ma chi è questo Savona? E’ un signore di 82 anni che, se non si chiamasse Paolo Savona, grillini e leghisti definirebbero un membro dell’establishment o uno legato ai “poteri forti”. Economista, specializzato al MIT di Boston, direttore generale di Confindustria, banchiere, presidente di Impregilo, ministro nel governo Ciampi, vicepresidente dello Aspen Institute, tra le altre cose.
Non certamente il profilo di un “uomo del popolo”. Costui ha sviluppato nelle sue ricerche un piano per fare uscire l’Italia dall’euro, pubblicato nel 2015 dal titolo “Guida pratica per uscire dall’euro”.
Non ha mai dichiarato di non voler mettere in pratica questo piano in caso di nomina al MEF.
Da qui le preoccupazioni di Mattarella e la richiesta a Salvini e Di Maio di fare un altro nome, organico ai partiti, “un autorevole esponente della maggioranza”, a cui affidare le finanze degli italiani.

SALVINI.
Il capo della Lega invece si impunta sul nome di Savona. E’ irremovibile. Non si schioda da molti giorni da quel nome, minaccia di far cadere il governo su quel nome, avvisa che o si sceglie quel nome o si torna a votare. Quindi quel famoso 1% mancante di cui dicevamo sopra, l’ultima tessera del mosaico o del complicato puzzle che dura ormai da quasi tre mesi, diventa la chiave di volta su cui fare crollare tutto.
Ma se molti si chiedono perchè Mattarella non vuole Savona, perchè nessuno si chiede il motivo per cui Salvini vuole a tutti i costi Savona?
Le scappatoie per uscire dalla questione di puntiglio le aveva: Mattarella gli propone il suo braccio destro, Giorgetti, ma lui non vuole sentire altro. Cosa sarebbe cambiato in fondo? Le politiche economiche erano scritte comunque nel famoso “contratto”, i programmi erano più o meno lì, le linee guida erano state faticosamente definite. Uno come Giorgetti sarebbe stato l’ideale, in fondo è il suo alter ego.
Dunque le spiegazioni sono due: o Salvini aveva in mente di mettere Savona al MEF per realizzare le sue teorie di Italexit, in barba a quanto scritto nel contratto, a quanto detto nelle dichiarazioni sue e di Di Maio, a quanto promesso ai suoi elettori e a Mattarella; o Salvini si impunta perchè vuole tornare a votare.
O meglio, perchè ha sempre voluto tornare a votare.
Secondo me Salvini non vuole governare coi grillini, vuole fare saltare il banco per prendere in ottobre 7-8 punti in più, attestandosi coi sodali Meloni e Berlusconi – riabilitatissimo, candidabilissimo, eleggibilissimo – ben oltre il 40%, in modo da avere una maggioranza solida di centrodestra in entrambi i rami del parlamento e fare il presidente del consiglio di un governo che NON preveda Savona al MEF. Questo per molte ragioni: logistiche (Lega e CDX amministrano insieme da decenni regioni e comuni), economiche, politiche ed elettorali (sgonfiare il M5S e accoglierne i delusi di destra). Salvini è l’abile regista di un gioco in cui Di Maio e il M5S sono caduti in pieno, presi dalla smania di governare a tutti i costi.

DI MAIO.
Il vero sconfitto di tutto il gioco. Prima tutta la pantomima dei “forni”, poi voleva fare il presidente a tutti i costi (“nessun presidente al di fuori di Di Maio”) e ha inghiottito Conte, si è fatto mettere sotto da Salvini che viene visto come il vero dominus dell’alleanza anche dagli stessi grillini. Non viene seguito da Salvini nella sua ridicola richiesta di “impeachment”. Ha un elettorato che nella sua componente di sinistra è profondamente deluso dai contenuti razzisti e autoritari del “contratto” e che nella sua componente più a destra viene attirato dalle sirene salviniane. Oltre a quelli sinceramente delusi perchè nel contratto si promette il paese di Bengodi senza capire dove sono i soldi.
Gli rimane uno zoccolo duro di elettori (quelli che lo seguono sempre qualunque cosa egli faccia e dica, quelli che la colpa è sempre degli altri e mai un autocritica, quelli che “e allora il pd”, quelli che il vilipendio del Capo dello Stato) che comunque vedono più di buon occhio Alessandro Di Battista e le sue sparate rispetto a lui.

E ORA CHE SUCCEDE?
Non lo so. Probabilmente Cottarelli avrà un governo di minoranza per resettare l’aumento IVA e condurre il paese a elezioni in autunno. In questi mesi assisteremo, secondo me, a un ricompattarsi del centrodestra con Salvini “Premier” e Berlusconi candidato, ma assisteremo a uno scadimento verso il basso, molto in basso, dei toni e forse anche delle azioni, di una campagna elettorale che sicuramente sarà la più brutta nella storia repubblicana.

Sapere è potere

In una discussione mi è stato detto che la cultura non c’entra nulla con le problematiche della gente. Ci ho riflettuto un po’: il ragionamento è sempre quello di tremontiana memoria per cui “con la cultura non si mangia “.

I problemi della gente si presume siano sempre gli stessi da secoli : il lavoro, la salute, una generica ricerca della felicità, i soldi, solo per citarne alcuni. Dunque ci si chiede come c’entri la cultura in tutto questo. Come può un libro farti diventare ricco? Come può un quadro renderti felice? Cosa c’entra una biblioteca con la mancanza di lavoro? O con la salute? 


Certo a prima vista nulla, ma basterebbe pensare che il sapere e la conoscenza sono potere. Un potere democratico perché alla portata di tutti, non di pochi. Ed oltre ad arricchirti nello spirito, ad emanciparti nella mente, a essere una persona migliore, questo potere ti aiuta anche ad avere – ed ecco le problematiche della gente – successo, fama, denaro.

A me piace pensare che tutti i grandi uomini e donne, scienziati, nobel, artisti, capi di Stato, inventori, autori, che hanno avuto fama e successo nella vita abbiano trascorso la loro giovinezza tra i polverosi scaffali della biblioteca della loro città, cercando, mentre sfogliano Moby Dick o un Hemingway a caso, di dare alla luce l’idea che gli cambierà la vita.

Slainte, Terrasini!

Questa è la storia di una fede. Una storia di riconoscenza, in fondo una storia d’amore.
E’ cominciata 28 anni fa, quando l’Irlanda vincendo contro Malta si qualifica ai Mondiali di Italia 90. E’ allora che un giovanotto irlandese assieme ad altre decine di migliaia di abitanti dell’isola verde decide che, diavolo, si va in Italia a seguire la nazionale!
Sfortuna o fortuna volle che il sorteggio assegnò l’Irlanda al girone degli odiati inglesi, assieme alla fortissima Olanda di Van Basten, campione d’Europa in carica, e all’Egitto. Ma soprattutto che le partite si sarebbero tenute nel punto più estremo d’Europa: in Sardegna e Sicilia. Gli irlandesi stabilirono il loro ritiro a Terrasini, un piccolo paesino di pescatori che il nostro amico non aveva mai sentito nominare. Comunque, anche in capo al mondo avrebbe seguito i Boys in Green, non c’erano dubbi. E così, questo nostro ragazzone biondo che fa? Esce dalla sua casa di Dublino, prende la macchina e, senza Google Maps, Tom Tom o diavolerie varie, imbocca l’autostrada e si fa 3500 chilometri per arrivare a Terrasini e seguire i suoi idoli Bonner, Houghton, Aldrige, Cascarino e Jackie Charlton – non Bobby, non sbagliate sennò s’incazza – allenarsi al campo sportivo comunale.
In questi giorni, nelle notti magiche, impara ad amare questo paese: ama i suoi abitanti che gli insegnano le prime parole in italiano “vaffanculo inglesi”, ama la gente semplice che frequenta i bar del posto, ne assimila la posizione, si fa aiutare dai terrasinesi in un’avventura che lo porta anche a Cagliari per seguire i suoi campioni, dorme alla spiaggia della Praiola sotto l’unica luce delle stelle che è sempre uguale anche a Dublino, ma vuoi mettere il rumore della risacca?
Insomma, si innamora perdutamente di questo paese e dei suoi abitanti, e ci ripensa molto, durante il lungo viaggio di ritorno, dopo un ultimo “Slainte!” di birra al bar New York.
Oggi, 28 anni dopo, questo giovanotto sessantenne ha avuto il regalo di compleanno più bello della sua vita: rivivere i luoghi di quella straordinaria avventura: lo incontro, per caso, mentre guardo al Bar New York l’Inter vincere contro l’Hellas Verona. La prima cosa che mi dice è: “prima il bar non era qui, ma all’angolo!”. Incuriosito mi faccio raccontare come lo sapesse e mi svela tutto davanti a una birra ghiacciata, mi parla di come sua moglie e suo figlio, un tipico ragazzone d’Irlanda, laureato in storia e giocatore di rugby, lo hanno accompagnato in questo viaggio di ricerca, mi racconta dell’atmosfera ritrovata, dei luoghi, dell’animo sempre uguale dei terrasinesi che lo hanno invitato, casualità, alla “mangiata” degli schietti, facendolo sentire come uno di loro.
Parliamo molto, la partita è ormai dimenticata, lui vuole con insistenza che io traduca agli altri avventori quanto ha amato questo posto. Io sono contento che il signor Doyle a quasi 30 anni di distanza preservi questo ricordo di Terrasini e dei suoi abitanti e gli prometto di raccontare la sua storia. Ed è così, dopo un ultimo Slainte!, un abbraccio e un saluto, sono qui a raccontarvi che ci sono storie, magari piccole, che affratellano i popoli e li legano più della politica, degli affari o dei soldi. Sono quelle che seguono una passione.
Buona vacanza a Terrasini, Mr Doyle e vaffanculo inglesi!

Racconto serale

Conobbi una volta, mentre lamentavo una terribile carenza di idee utili, colui che ora è il mio migliore amico e collega di intenti e di speranze. E una sera, a casa sua, mentre annegavamo le delusioni comuni con del buon cognac francese, egli mi raccontò qualche episodio della sua vita. io ve lo trascrivo senza minimamente alterarne la narrazione.

– Se fosse in me – cominciò – proporrei un disegno legge per un riconoscimento speciale ai padri sfortunati. Potrebbe essere anche una medaglia (non di oro, ma giammai di quell’infame lega metallica, aerea ed evanescente, che non si sente nelle nostre tasche) sulla quale fosse inciso un uomo ed un olivo.

Nessun simbolo sarebbe più adatto, nessuna pergamena, per quanto preziosa di fregi e roboante di fiorite e trascorse espressioni, potrebbe surrogare l’olivo paziente e fermo nelle più terribili bufere. In quasi tutte le famiglie agisce, controllato a distanza e amato del più cocente amore che è dato conoscere, la bestia nera, il degenerato, il figlio tralignante ogni più sacra e remota buona tradizione familiare.

Si provano tutti i mezzi a disposizione per fare rinsavire il pericoloso soggetto, lo si manda anzitutto dai più vicini parenti che l’accolgono come se nulla sapessero, spiandolo coscienziosamente dai buchi delle serrature e controllandone ogni azione o gesto sospetti.

Poi l’esperimento fallisce e si tenta la via del predicozzo materno, angosciato e supplicante, dopo il quale infallibilmente viene la promessa di redenzione che, con regolarità impressionante, non si verifica. Tutto questo può anche accadere in quindici giorni come in uno o due mesi. Intanto il padre se ne sta tranquillo, lavora, mangia e tratta il figlio come sempre. Quando il vaso sta per traboccare allora egli interviene con la falsa autorità del despota, la grinta dura del giustiziere e il cuore in apprensione.

Può darsi che gli argomenti paterni siano accettati per buoni, anche provvisoriamente, ma può succedere il contrario. Io conosco un giovane scapestrato il quale diede una graziosa risposta al padre che minacciava di diseredarlo: – Embè, gli disse con la più serafica faccia di questo mondo, ma di quale eredità? – Converrai che a quel pover’uomo, dopo una simile figura barbina, non rimaneva che ritirarsi in buon ordine. Da parte mia riconosco una buona dose di tralignamento nella mia persona, ma so di essere un buon figlio degenere, uno di quegli scapestrati dal cuore di pastafrolla che peccano, sì, ma con ritegno e pietà dei genitori; che peccano perché devono pagare il tributo alla gioventù e all’inesperienza.

E mio padre ha sempre capito, anche quando a diciassette anni, con tre peli su ogni centimetro quadrato del mio viso, i calzoni lunghi che ancora m’impacciavano e le prime sigarette fra le labbra (oh, quanto amare) mi innamorai follemente della giovine primattrice di una Compagnia teatrale di passaggio e la volevo sposare. Oh, bada! Fu un amore fulminante, apoplettico, esclusivo ed insoddisfatto, poiché la bella Musa, bionda ed innocente, non mi donò che parole e, più raramente, qualche bacio nelle immediate propaggini della bocca, forse per ricompensarmi delle provviste che io, depredando la dispensa materna, somministravo ai bravi comici affamati, senza un soldo, poeti e, certe volte, energumeni. Non si trattò di altro, ma quanto dolore alla loro partenza e quanta fermezza dopo, quando, presa la grave decisione, comunicai al consesso familiare, mentre sul desco fumava una zuppa di pesce (un odorino che non avrei più annusato e per un pezzo) di essermi votato all’Arte Teatrale.

Mio padre stette zitto e continuò a mangiare tranquillamente (la sua saggezza sapeva del futuro), mio fratello, savio giovanetto, mi squadrava con aria di commiserazione e le donne gemevano come pecore sgozzate. In quel momento sentii di essere un personaggio terribilmente importante. – Bene – disse mio padre alla fine del pranzo consumato in fretta, se te ne vai bisognerà provvederti di qualche cosa. Ciò detto si alzò andandosene e sbuffando nuvolette di fumo dalla pipa. Per farla breve ebbi dei soldi e stetti lontano più di venti giorni da casa, nutrito con corroboranti insalate di patate a pranzo e foglie di lattuga con l’aceto a cena. Finchè, terminati i pochi soldi che avevo e sfumata per la mia Dea la possibilità di una sistemazione, mi spedirono a casa con un terribile biglietto di terza classe. Però avevo provato indicibili soddisfazioni e momenti di ebbrezza.

Ero diventato il tuttofare della Compagnia ed espletavo le mansioni di guardaroba, trovarobe (una graziosa istituzione per la quale bisogna girare di casa in casa a cercare delle poltrone che vi rifiutano con tanta cortesia anche se zoppe e squinternate), arrotolavo le scene, le montavo, e, qualche volta, entravo in azione con delle barbe imponenti e delle livree rattoppate per informare che il caffè era pronto (acqua calda) o che la signora contessa era arrivata. Mi ero specializzato nelle parti del casuale soccorritore delle fanciulle offese e svenute e provavo un piacere immenso a sollevare da terra la mia innamorata con le braccia tremanti per il peso ed il cuore gonfio per l’oggetto della mia fatica. Poi passai a parti più impegnative e fui alternativamente Giuliano de’ Medici, il Fornaretto di Venezia, Manfredo nella “Signora Rosa” del Lopez e via via continuando soppiantai il primattor giovine (fratello della giovine primattrice) che prese con filosofia la cosa, ben sapendo degli intenti della madre nobile (genitrice della stella della Compagnia).

Si rifaceva, per altro, con la somministrazione da parte mia di una razione quotidiana di sigarette e viveva beato senza far nulla.

Poi venne la fine (me lo dissero prima della recita serale e mai fui più convincente, drammatico e piagnucoloso) e ritornai alla magione paterna con un dispiacere di più e un po’ di denaro in meno. – Denaro ben speso – concluse mio padre, ridonandomi il suo affetto che, del resto, non mi aveva mai tolto. Seppi poi che la mia bella attrice folleggiava con un giovane laureando in medicina, quattrinoso e intraprendente.

Poi fui volontario, non andai a scuola, ebbi i primi piccoli debitucci, movimentai insomma la vita di mio padre che scorreva tranquilla e senza scosse per undici mesi all’anno sino ad arrivare al dodicesimo, quello delle ferie, che Egli trascorreva sotto l’olivo, con le poesie del Meli e l’inseparabile pipa.

Ora, semiravveduto, attendo a qualche scritto che poi, contento come una Pasqua, porto a mio padre che sconta, in una bianca camera d’ospedale, i duri sacrifici sopportati per condurre i figli in buon porto. Ho delle colpe, ma scagli la prima pietra chi è senza peccato.

– E così finì il racconto. Dopo di ciò ricordatevi della medaglia e mandate le firme di adesione. Bisogna formare il partito dei padri sfortunati e per emblema ci sarà un olivo, un libro e una pipa.

Racconto di mio padre Claudio Catalfio, trovato tra vecchie carte ingiallite.

Antigone va in Svizzera

Il processo che vede imputato Marco Cappato per istigazione al suicidio nel caso di Dj Fabo è una pagina importante per la storia repubblicana. Per molti motivi.

Dalle parole della pm Tiziana Siciliano che chiede l’assoluzione di Marco con una bellissima dichiarazione che farà discutere giuristi e addetti ai lavori :

«Il nostro compito, quello del pubblico ministero, continua a essere quello di rappresentanza dello Stato. In altri ordinamenti, pur civilissimi, il pubblico ministero è l’avvocato dell’accusa. Non da noi: io mi rifiuto di essere l’avvocato dell’accusa. Io rappresento lo Stato, e lo Stato è anche l’imputato Cappato. (…) Quindi la funzione del pubblico ministero è sollecitare la potestà punitiva dello Stato laddove vi siano gli elementi di fatto e di diritto perché questo avvenga. Laddove questo non venga riscontrato, anche all’esito del dibattimento che è stato svolto, la funzione del pubblico ministero (…) è di sollecitare una formula assolutoria per l’imputato».

Alle coraggiose parole di Marco dopo che il magistrato ha chiesto l’assoluzione :

“Se il senso di questa assoluzione sarà che solo chi ha i mezzi economici e le possibilità potrà accedere alla morte volontaria in Svizzera, signori della corte io vi dico che preferisco essere condannato”.

E oltre a tutto questo, su cui già potremmo parlare per mesi, l’infinita lotta per una giustizia giusta, tra la ragion di stato e i diritti fondamentali della persona, e di quando e come sia giusto obiettare, e della disobbedienza civile.

E di come Antigone si ribella alla legge che le proibisce di dare pietosa sepoltura al fratello Polinice, con queste parole :

Sepolcro io gli darò; bella, se l’opera
avrò compiuta, mi parrà la morte.
E cara giacerò presso a lui caro,
d’un pio misfatto rea

Hay il fenicio

Il mare era insidioso e la corrente spingeva verso la falesia la flotta di triremi. Hay pensò di recitare una silenziosa preghiera a Yam, il potente dio che governava il mare e le creature che lo popolavano. Lui era un coltivatore, una specie rara tra i fenici – popolo di commercianti e navigatori- ed aveva assunto come divinità protettrice della sua casa Tammuz, il dio del raccolto. Tuttavia nella situazione in cui si trovava, il dio delle messi poco poteva fare: il forte vento sbatacchiava l’unica vela quadra delle navi e le onde rendevano vane le fatiche degli schiavi ai remi. Hay abbassò gli occhi verso gli schiumanti flutti e implorò Yam di placare la sua ira. Forse che il dio era furente perchè il suo popolo aveva abbandonato le bianche torri di Tiro?

Erano passati mesi, ma Hay ricordava benissimo: lo stridore del bronzo, le urla e il sangue. Le feroci tribù assire di Sennacherib sciamavano nella città attraverso le numerose brecce nelle mura, il vecchio re Luli, astuto e gentile, fatto prigioniero, spogliato, insozzato nell’onore come molte donne e fanciulle e cacciato via dai suoi domini. La distruzione di Tiro non aveva colto di sorpresa Hay. Da giorni sapeva che la città era in grave pericolo. Aveva osservato di nascosto tra i filari di cedri i movimenti dell’ordinata fanteria assira e sapeva che contro quella poderosa orda il fragile esercito fenicio poteva fare poco e niente. Si era dunque preparato al peggio: aveva raccolto le sue poche cose, sprangato la porta della misera stanza nel demo malfamato dove commerciava i prodotti che lui stesso, con sforzo e sudore, riusciva a tirare su dalla terra, ed era fuggito nelle campagne circostanti la città. Da lì aveva assistito al massacro.

Mentre rifletteva su come salvare la pelle qualcosa lo sfiorò sulla spalla -Pietà di me o grande Baal! – urlò preparandosi a ricevere il colpo mortale della daga. Ma alle sue spalle non c’era nessun guerriero assiro ma un bambina lacera e sporca di circa dodici anni. La piccola non sembrava per nulla intimorita, anzi lo toccò nuovamente e gli tirò i folti capelli bruni ridacchiando tutta contenta.
– Chi sei, per Baal? Per poco non mi hai fatto prendere un colpo, maledetta ragazzina! Che fai qui da sola, dove sono i tuoi parenti? Non lo sai che potresti essere sodomizzata ed uccisa dai feroci assiri?
Hay non si preoccupò del suo linguaggio verso la bambina: sapeva che alla sua età era già stata visitata da Astarte, la dea lunare della fertilità, e sicuramente era già promessa in sposa. Questa considerazione lo spinse ad osservarla meglio e ciò che vide gli piacque: lineamenti nilotici, lunghi capelli color dell’ebano e un buffo nasetto camuso che rendeva sbarazzino il viso.
– Mi chiamo Bakatha, contadino, abito poco lontano da qui in un uliveto che sfamava la mia famiglia producendo verdi olive che vendiamo nei mercati di Tiro e Byblos. Mio padre fu ucciso in una rissa a Sidone per uno sguardo di troppo alla giovane moglie del legato di Corinto, alla quale stava porgendo una piccola giara del nostro prezioso olio.
– Potrei essere un malintenzionato, stupida femmina, perchè mi racconti tutto questo? Non mi conosci neanche.
– Si, ti conosco, contadino. Non ho paura di te. Vedi, tu sei come me: hai i vestiti sporchi della terra nera che ci sfama entrambi, puzzi anche tu della merda con cui concimi il raccolto, ma soprattutto hai paura anche tu, come me. Vieni a casa mia: ti sfamerò e potremo parlare.

Hay la guardò un po’ stranito e facendo una smorfia la seguì: era affamato e non aveva altri posti dove andare. Durante il breve tragitto la ragazza non smise un attimo di parlare e fargli domande e quando infine giunsero all’uliveto finalmente gli chiese come si chiamasse. La baracca era in paglia e mattoni cotti, dignitosa ed essenziale. Bakatha mise sul grezzo tavolo di cedro del pane di frumento, un piccolo pezzo di bottarga di muggine e delle olive in salamoia. Poi consegnò cerimoniosamente ad Hay una piccolissima anforetta ornata con iscrizioni ancestrali, colma di purissimo olio d’oliva. Hay versò l’olio sopra la bottarga, lacrime color dell’oro vecchio caddero a insaporire il pesce. E come per simpatia verso quel pianto dorato, il contadino cominciò a piangere silenziosamente.
– Perchè piangi? Gli domandò Bakatha sedendosi di fronte a lui.
– Non so. Piango perchè tutto è finito, la nostra patria, la nostra terra è perduta, schiacciata sotto i perfidi assiri. La schiavitù è il nostro destino.
“Sbagli, amico mio. Come quest’olio si spande sul tuo cibo, così il popolo fenicio dovrà disperdersi ai quattro angoli del mondo. Andremo via da Tiro con una flotta che è già in rada. Porteremo in terre sconosciute e bellissime le nostre usanze, le nostre tradizioni e i nostri dei. Vieni con me, ti farò vedere qualcosa”.
Come in un sogno, Hay si fece condurre dalla fanciulla tra i secolari ulivi del podere. Il silenzio era assoluto e la brezza sfiorava le fronde nodose facendole vibrare con un suono allo stesso tempo rilassante e sensuale. Ai piedi di uno di quegli ulivi giganteschi, in un anfratto del tronco maestro della pianta, era riposto, quasi celato, un piccolo alberello alto non più di un cubito ma già forte nel tronco. L’ulivo era dentro un sacco colmo di terra, come fosse stato trapiantato da poco. Bakatha fece sedere Hay sul tronco del grande ulivo e disse: – “Questa pianta, Hay di Tiro, è la più bella e nobile dell’universo ed è essa stessa una divinità, è la figlia prediletta del sommo El: il suo nome è Pace ed io sono una sua sacerdotessa. Adesso corre un grave pericolo e deve essere salvata e portata al sicuro, dove nessuno ancora la conosce. Il saggio re Luli, prima che i porci assiri lo catturassero, allestì una piccola flotta di triremi proprio a questo scopo: salvare la sacra pianta di El e farla crescere forte e vigorosa al sicuro”.
Hay era completamente frastornato. “E tu saresti una sacerdotessa? Ma ti sei vista? Sei sporca, vestita di stracci e vivi in una stamberga di campagna. Ed io? Perchè proprio io dovrei seguirti in questa follia? Perchè hai scelto me?”
“Te l’ho detto prima, Hay, tu sei come me. Sei un uomo semplice. E la Pace ama i semplici”.

Passarono tutto il pomeriggio sotto l’ombra del maestoso albero a conoscersi e parlare. Hay pensò che la fanciulla oltre ad essere molto bella, aveva anche un’intraprendenza e una determinazione davvero fuori dal comune. Organizzarono la fuga da Tiro nei minimi dettagli: si sarebbero mossi con l’oscurità e avrebbero raggiunto la costa in un punto a distanza di sicurezza dai bastioni della città ancora in fiamme, per raggiungere una piccola e discreta rada naturale dove la flotta li aspettava. Tutto andò bene, marciarono in religioso silenzio ed Hay teneva sulle spalle il giovane ulivo senza sforzo. Giunti alla rada, videro quattro triremi da battaglia e due mercantili che, alla luce delle fiaccole, si riempivano ordinatamente di compatrioti. Salivano a bordo sacerdoti, notabili e ricchi mercanti ma anche scribi, pescatori, fornai, allevatori. Ognuno portava con sé la sapienza del suo mestiere. Così anche Bakatha e Hay salparono insieme a quell’arca di disperazione in un viaggio verso l’ignoto.

“E così dopotutto”, pensò Hay, “sono senza patria, in mezzo ai flutti e in procinto di schiantarmi sulle rocce di Kyfr ma sono vivo. Il sacro albero ha sofferto il mare in questi lunghi mesi, la salsedine lo ha corroso ma è ancora vivo, Bakatha si è privata persino di parte della sua povera razione d’acqua per dividerla con lui. Non devo crepare adesso, non proprio adesso che ho questa terra meravigliosa di fronte, il nostro nuovo eden. E’ così vicina che potrei quasi toccarla spingendo il braccio oltre la sponda della nave, bella e terribile, deve essere nostra”.
Mentre il fenicio pensava confusamente Bakatha lanciò un urlo, Hay si voltò verso poppa e vide una delle triremi schiantarsi ruvidamente sulla scogliera appuntita: morirono tutti e di lì a poco le due navi da trasporto subirono lo stesso destino. I due giovani si guardarono sgomenti con la consapevolezza di non potere far nulla per quei disperati e con la paura di ricevere la stessa sorte. E proprio mentre la poderosa mole della punta di Kyfr incombeva su di loro, Bakatha corse verso la sua bisaccia da viaggio, vi frugò furiosamente ed estrasse la stessa anforetta incisa di quel pasto che ad Hay sembrava lontano ormai secoli. Corse alla murata di babordo, recitò sottovoce quella che ad Hay sembrò essere una supplica e verso il lucente e denso contenuto nel mare. Al contatto con l’olio il mare si placò immediatamente ed il vento cessò. Un boato di felicità salì dagli scranni dei rematori e il comandante della trireme ordinò di alzare l’unica vela quadra lacera.

Doppiarono con fatica il promontorio di Kyfr e ai loro occhi apparve una visione paradisiaca: un grande golfo naturale faceva da corona ad una pianura verdissima circondata da materni e protettivi monti, la luce era accecante e man mano che si avvicinavano erano sempre più consapevoli di aver trovato quello che cercavano: una nuova casa, un nuovo posto dove far fiorire la loro civiltà in pace.
Notarono che l’immensa conca verde e lussureggiante era accarezzata da due limpidissimi fiumi gemelli che scorrevano paralleli e sfociavano allegri nel mare color zaffiro. Hay e Bakatha quasi inconsapevolmente si avvicinarono e stringendosi in un abbraccio, finalmente e quasi dolorosamente si baciarono. Fu un bacio lento e pieno di emozioni e quando si staccarono, Bakatha gli sussurrò: “finalmente eccoci arrivati. Questa terra meravigliosa sarà per sempre conosciuta come la casa della Pace. Qui l’ulivo attecchirà e si moltiplicherà, nutrirà le genti che vivranno sotto la sua ombra. Qui la gente sarà semplice, genuina e amante della pace”.
Hay era commosso e felice: aveva una nuova vita davanti a sé, una nuova patria e forse un nuovo amore. La guardò e disse: “Dovremo dare un nome a questa pianura dove fonderemo la nostra nuova città. E’ a forma di conca, cinta dalle montagne. Guarda Bakhata com’è rigogliosa, quante piante e quanti animali che si abbeverano ai due fiumi gemelli. E’ bellissima come un fiore profumato. Un fiore, ecco. La chiameremo Zyz”.

O Palermo. Come la chiamiamo ai giorni nostri.